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Concerto con musiche di Pergolesi e Vivaldi

martedì, settembre 07th, 2010 | Author: minni

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PROGRAMMA

Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736)

Domine, ad adjuvandum me festina – Allegro assai, Largo, Allegro assai, Allegro alla breve

Antonio Vivaldi (1678-1741)

Stabat Mater

Stabat Mater dolorosa – Largo; Cujus animam gementem – Adagissimo; O quam tristis – Andante; Quis est homo – Largo; Quis non posset – Adagissimo; Pro peccatis – Andante; Eja Mater – Largo; Fac ut ardeat - Lento; Amen – Allegro.

Giovanni Battista Pergolesi

Confitebor tibi, Domine

Confitebor tibi, Domine – Allegro con spirito; Confessio et magnificentia opus ejus – Andante; Fidelia omnia mandata ejus – Un poco allegro; Redemptionem misit populo suo – Allegro; Sanctum et terribile nomen ejus – Grave – Andante; Gloria Patri – Grave; Sicut erat in principio – Allegro assai – Presto.

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Venerdì 17 settembre 2010 – ore 20.45. GORIZIA – Chiesa Metropolitana

Francesca Moretti – soprano; Michaela Magoga - alto; Michele Bravin – organo; Ensemble Barocco G.B. Tiepolo; Coro da camera de L’Ape musicale; Sabina Arru – maestro del coro.

La fine prematura di Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736) troncò una delle più promettenti carriere di compositore di tutti i tempi, ma contribuì a circondare di un alone di leggenda la sua fama postuma, consolidata da esecuzioni in tutta Europa. Noto soprattutto per la sua attività operistica e a lavori come l’intermezzo La Serva padrona (1733), Pergolesi è considerato uno dei maggiori operisti della scuola napoletana. Fu anche fecondo autore di musica sacra: il suo lascito più importante in questo ambito è indubbiamente lo Stabat Mater. Meno noti, ma non meno pregevoli, sono il salmo Confitebor tibi domine ed il versetto Domine ad adjuvandum me festina. Tendenze evidenti a Napoli, e a cui Pergolesi non fu estraneo, erano la connessione e l’intercambiabilità fra il repertorio sacro e quello operistico: la mescolanza di stili si può notare anche nel Domine ad adjuvandum me festina, nettamente impostato in termini operistici. La composizione si articola in quattro movimenti: due episodi concertati, tematicamente uguali, che inquadrano un’arietta del soprano, e un fugato finale (un gioioso Alleluja costruito sulllo stesso tema della fuga centrale dello Stabat Mater). Pur nella sua brevità, questo versetto può essere considerato una delle composizioni religiose più significative di Pergolesi. Nell’insieme l’opera testimonia il superamento degli ideali barocchi e la piena adesione allo stile rococò: chiara è la percezione della struttura formale, squisita la calibrazione della linea vocale solistica che si alterna sapientemente alle sezioni concertate.

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Queste caratteristiche sono comuni anche al salmo Confitebor tibi, Domine. L’iniziale disegno mosso degli archi, che sostiene le voci dei soprani primi e secondi, ne definisce subito il carattere luminoso e giubilante, proprio del Salmo 110. Le sezioni di maggior impegno polifonico per il coro si trovano all’inizio e alla fine, sezioni quasi identiche costruite sulla medesima idea tematica. Evidente è anche in questo caso la caratteristica commistione di stili, alla quale si affianca l’influenza della produzione sacra di altri due compositori coevi: Leonardo Leo e Francesco Durante. Il primo proteso all’avanguardia del rilievo melodico ardito; il secondo più vicino allo stile da chiesa tradizionale, ma con uno slancio libero e progressivo. Pergolesi sintetizza nel Confitebor tibi, Domine queste due inclinazioni, dove la presenza di Leo è evidente soprattutto nei numeri solistici, in cui l’armonia è ricca e le idee melodiche ricercate, mentre l’impronta di Durante si nota soprattutto nelle sezioni corali.

Antonio Vivaldi (1678-1741) operò nell’altro grande centro del panorama della musica barocca italiana: Venezia. Al contrario di Pergolesi, Vivaldi aveva incontrato, prima di quella fisica, una vera e propria morte artistica. Dimenticato già al termine dell’esistenza terrena, la sua notorietà comincia solo nel secondo dopoguerra, e per di più legata alla circostanza contingente e fortuita della riscoperta del grosso della sua musica. Anche lo Stabat Mater, composto nel 1712 ed eseguito come parte della Festa dei Sette Dolori di Maria Vergine presso la Chiesa di Santa Maria della Pace a Brescia, cadde nell’oblio; venne riproposto al pubblico solo nel 1939 dal compositore Alfredo Casella durante la Settimana Vivaldiana a Siena. Lo Stabat Mater è senz’altro una tra le opere sacre più significative del compositore veneziano, nonché una delle più intense raffigurazioni sonore del testo di Jacopone da Todi. Questo brano è una tra le massime espressioni di musica religiosa del Settecento italiano grazie all’intensità emotiva, alla compostezza e dignità del discorso, all’armonia sobria ed espressiva.

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La composizione si articola in nove brani: la melodia dei primi tre è la stessa dei tre immediatamente successivi, dove però il testo prosegue l’originale di Jacopone. I numeri dell’opera, ad eccezione dell’ultimo (un Allegro quasi gioioso che risponde al manierismo dell’epoca), sono tutti mantenuti entro una gamma agogica che va dall’Adagissimo all’Andante. La scrittura, estremamente calibrata, punta soprattutto alla resa psicologica del testo. Anche nello Stabat Mater, pur nel predominante carattere chiesastico, si trovano tracce dello stile concertistico e operistico di Vivaldi, per cui oggi è annoverato tra i più apprezzati compositori barocchi.

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Category: Progetti

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